CULTURA E TEMPO LIBERO

AREA EVENTI

Rothko a Firenze


Che Rothko nel suo viaggio negli anni 50 a Firenze avesse trovato una grande ispirazione dagli affreschi del Beato Angelico visitando il Convento di San Marco non stupisce, per quanto la sua arte astratta e informale sembri lontana da quella del chierico di Vicchio, L'esperienza artistica e pittorica dell'ebreo newyorkese nato in Lettonia è sempre stata una forma di religiosità e di spiritualità. la sua è una arte eminentemente contemplativa. Per questo ha sempre rifiutato che le sue opere fossero usate con funzioni meramente decorative (i pannelli chiamati Seagram erano stati commissionati dal prestigioso ristorante Four Season del Seagram Building di New York, peraltro pera di Mies Van der Rohe. per arredarne le pareti, ma Rothko ad un certo punto restituì l'anticipo percepito e ritirò i suoi quadri perchè giudicava del tutto incongruo potessero essere lo sfondo di un ristorante esclusivo per ricchi e facoltosi). La sua evoluzione artistica che ben si coglie nell'ordinamento cronologico dell'esposizione, dagli esordi figurativi e vagamente simbolisti passando ad una dissoluzione iniziale della forma di stampo surrealista fino alle campiture di spazio-colore che saranno la sua conquista definitiva degli anni Quaranta e Cinquanta, si può vedere come un percorso religioso verso il misticismo e l'assoluto dell'emozione. I rettangoli di colore sospesi su un fondo definiscono spazi che non hanno la geometria dell'angolo retto che troviamo in Mondrian, ma sfumano uno nell'altro o si contrappongono giocando tra luce e splendore e oscurità.Sono spazi emozionali in cui lo spettatore deve perdersi in una esperienza estatica.
Rothko diceva: "Noi siamo per l'espressione semplice di un pensiero complesso". Ed è vero nella misura in cui il pensiero più complesso è quello emotivo. Forse nessuno ha saputo dipingere le emozioni come Rothko (anche se lui ricorda che "un quadro non è la rappresentazione di una esperienza, è una esperienza"). Se volete dirla in termini più roboanti usate il critico Robert Rosenblum che nella sua opera del 1975 sul rapporto tra pittura moderna e tradizione romantica affermava che nessuno come Rothko aveva saputo dipingere il Sublime kantiano. Ma senza sovraccaricare possiamo riconoscere che la radicalità delle sue opere parla ancora con più forza in tempi di frammentazione e di fruizione compulsiva come i nostri e ci richiama con forza alla profondità e al mistero.