
A Nagasaki, nel 1964, il figlio di un capo della yakuza viene salvato da uno scontro tra bande rivali che ne uccide il padre e il salvatore è un famosissimo attore di teatro kabuki che rimane colpito dalla sua grazia e bellezza. Viene adottato e avviato alla ipercodificata tradizione teatrale risalente al XVII secolo del kabuki assieme al figlio naturale (ed erede naturale) del maestro per diventare un “onnagata”, cioè un attore maschile che impersonifica personaggi femminili (nel 1629 venne proibito per motivi di “moralità pubblica” alle donne di esibirsi a teatro, non una esclusiva giapponese, se pensiamo al teatro elisabettiano e alle commedie shakespeariane in cui pure i ruoli femminili erano interpretati da giovani maschi per il divieto alle donne di salire sul palco). E' un percorso di assoluta dedizione e ricerca della perfezione all'interno delle rigide regole codificate della tradizione, una vita di sacrificio ad una religione della bellezza che trasforma l'arte in dolore e privazione. E dietro al culto per questa bellezza formale si dipana il rapporto di amicizia e rivalità tra il giovane senza lignaggio e il figlio del Maestro, che sta seguendo le orme del padre con grande dedizione ma minore talento. Ascese e cadute, legami fraterni e tradimenti, la fissità della tradizione e le pulsioni individuali oltreché i cambiamenti storici e le trasformazioni sociali che rimangono sullo sfondo della bellezza atemporale della performance teatrale ma avvitano le esistenze concrete degli uomini e frantumano la finzione della tradizione. Il dolore, la decadenza fisica, la morte si insinuano nell'arte e nella sua pretesa di eternità.